mercoledì, 24 giugno 2009
MA QUANTO VALE LA MIA OPINIONE ?
Ieri il Senato ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (D.d.L.733) tra gli altri con un emendamento del senatore Gianpiero D'Alia (UDC) identificato dall'articolo 50-bis: /Repressione di attività di apologia o
istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet; la prossima settimana Il testo approderà alla Camera diventando l'articolo nr. 60. Il senatore Gianpiero D'Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al Governo
e ciò la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della "Casta".
In pratica in base a questo emendamento se un qualunque cittadino dovesse invitare attraverso un blog a disobbedire (o a criticare?) ad una legge che ritiene ingiusta, i /providers/ dovranno bloccare il blog.
Questo provvedimento può far oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all'estero; il Ministro dell'Interno, in seguito a comunicazione dell'autorità giudiziaria, può infatti disporre con proprio decreto l'interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.
L'attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine di 24 ore; la violazione di tale obbligo comporta per i provider una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000.
Per i blogger è invece previsto il carcere da 1 a 5 anni per l'istigazione a delinquere e per l'apologia di reato oltre ad una pena ulteriore da 6 mesi a 5 anni perl'istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all'odio fra le classi sociali.
Con questa legge verrebbero immediatamente ripuliti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta!
In pratica il potere si sta dotando delle armi necessarie per bloccare in Italia Facebook, Youtube e *tutti i blog* che al momento rappresentano in Italia l'unica informazione non condizionata e/o censurata.
Vi ricordo che il nostro è l'unico Paese al mondo dove una /media company/ha citato YouTube per danni chiedendo 500 milioni euro di risarcimento. Il nome di questa /media company/, guarda caso, è Mediaset
Quindi il Governo interviene per l'ennesima volta, in una materia che, del tutto incidentalmente, vede coinvolta un'impresa del Presidente del Consiglio in un conflitto giudiziario e d'interessi.. Dopo la proposta di legge Cassinelli e l'istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo
emendamento al "pacchetto sicurezza" di fatto rende esplicito il progetto del Governo di /normalizzare/ con leggi d repressione internet e tutto il sistema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare.
Tra breve non dovremmo stupirci se la delazione verrà premiata con buoni spesa!
Mentre negli USA Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet in Italia il governo si ispira per quanto riguarda la libertà di stampa alla Cina e alla Birmania.
Oggi gli unici media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati il blog Beppe Grillo e la rivista specializzata Punto Informatico.. Fate girare questa notizia il più possibile per cercare di svegliare le
coscienze addormentate degli italiani perché dove non c'è libera informazione e diritto di critica il concetto di democrazia diventa un problema dialettico
venerdì, 22 maggio 2009
di Luigi Menichilli - ROMA
Arrestato perché sorpreso con tre grammi di hashish in tasca, sottoposto a trattamenti psichiatrici, curato con psicofarmaci e alla fine assolto dal tribunale dei minori di Roma. Una disavventura giudiziaria durata otto mesi durante i quali a Simone, 17 anni, romano, accusato di detenzione, spaccio e violenza a pubblico ufficiale, è sembrato di vivere un incubo. La sua unica colpa sono stati quei 3 grammi di fumo, insieme alla reazione avuta al momento del fermo, quando non ha capito che le persone che lo avevano bloccato in strada erano carabinieri in borghese.
La sua storia ha dell'incredibile, e inizia l'8 ottobre dell'anno scorso. Simone si trova nella periferia romana quando viene fermato dai carabinieri che, perquisendolo, gli trovano addosso i 3 grammi di «fumo». Preso alle spalle il ragazzo reagisce cercando di divincolarsi, guadagnandosi così l'accusa di violenza a pubblico ufficiale. «In caserma - spiega l'associazione tana liberi tutti, che assiste Simone - viene sottoposto a pressioni fisiche e psicologiche e finisce per ammettere tutte le accuse pur di porre fine all'interrogatorio e tornare a casa». Di storie così nel nostro paese, a causa la legge Fini-Giovanardi, ne capitano tante, ma è a questo punto che la vicenda del giovane romano diventa un calvario. Invece di essere rilasciato, Simone viene trattenuto all'interno di un Cpa (Centro di prima accoglienza) di Roma per vari giorni, in attesa di comparire davanti al Gip per l'udienza. A impedire il suo rilascio non sono i presunti reati commessi, ma la sua condizione sociale e familiare. Simone è orfano di madre e il padre ha problemi legali e psichiatrici. Il giudice non ritiene quindi opportuno far risiedere il ragazzo a casa del genitore, tanto più che nei suoi confronti è già avviato un atto di decadenza della patria potestà. Dopo il Cpa per il giovane romano si aprono le porte del CpiM (Centro di pronto intervento minori) di Torre Spaccata, ma gli assistenti sociali, in accordo con le altre autorità, vedono la sua permanenza nella capitale destabilizzante, per via delle cattive frequentazioni che potrebbero renderlo ancora più «instabile di mente». Viene dunque deciso di spostarlo fuori dalla capitale, ma nessuno si sarebbe immaginato che la scelta cadesse sul Cpm (Custodia preventiva minorenni) di Settingiano, una località a 600 chilometri da Roma in provincia di Catanzaro. In pratica Simone viene sradicato dalla propria realtà e allontanato da tutte le persone a lui care. Per di più nel Cpm viene sottoposto anche a cure psichiatriche a base di psicofarmaci che gli procurano effetti collaterali terribili, facendolo stare male. Mentre è recluso in Calabria il suo avvocato tenta di farlo riavvicinare a casa, ma il tribunale del riesame boccia la proposta di domicilio in una famiglia romana. E' l'ultimo tentativo di tirarlo fuori da li. Dal Cpm Simone uscirà soltanto il 23 marzo per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Durante la sua odissea nessuno si è preoccupato di assicurargli il diritto allo studio (al momento dell'arresto frequentava regolarmente il 4° superiore) e solo la benevolenza del preside del suo istituto alberghiero gli permetterà di non perdere l'anno. In questo periodo le uniche persone sulle quali ha potuto sempre contare sono stati gli amici del Laboratorio sociale tana liberi tutti, che da quel maledetto 8 ottobre si sono mobilitati e hanno lottato per la sua liberazione, senza «prassi terapeutiche obbligate». Ora Simone può lasciarsi alle spalle la triste vicenda che lo ha visto protagonista, e tornare al suo lavoro, al suo stage e ai suoi studi diciassettenne. Felice e di nuovo libero.
martedì, 19 maggio 2009
A ME MI DANNO SUBITO 40 ANNI ....
Grazie a tutti.
Ti ringrazio e ti invio un comunicato che ho appena ricevuto da un amico
L'attacco finale alla democrazia è iniziato! Berlusconi e i suoi sferrano il colpo definitivo alla libertà della rete internet per metterla sotto controllo. Ieri nel voto finale al Senato che ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (disegno di legge 733), tra gli altri provvedimenti scellerati come l'obbligo di denuncia per i medici dei pazienti che sono immigrati clandestini e la schedatura dei senta tetto, con un emendamento del senatore Gianpiero D'Alia (UDC), è stato introdotto l'articolo 50-bis, "Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet". Il testo la prossima settimana approderà alla Camera. E nel testo approdato alla Camera l'articolo è diventato il nr. 60. Anche se il senatore Gianpiero D'Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al Governo, questo la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della "Casta" che non vuole scollarsi dal potere.
In pratica se un qualunque cittadino che magari scrive un blog dovesse invitare a disobbedire a una legge che ritiene ingiusta, i provider dovranno bloccarlo. Questo provvedimento può obbligare i provider a oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all'estero. Il Ministro dell'interno, in seguito a comunicazione dell'autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l'interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine. L'attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000 per i provider e il carcere per i blogger da 1 a 5 anni per l'istigazione a delinquere e per l'apologia di reato, da 6 mesi a 5 anni per l'istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all'odio fra le classi sociali. Immaginate come potrebbero essere ripuliti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta con questa legge?
Si stanno dotando delle armi per bloccare in Italia Facebook, Youtube, il blog di Beppe Grillo e tutta l'informazione libera che viaggia in rete e che nel nostro Paese è ormai l'unica fonte informativa non censurata. Vi ricordo che il nostro è l'unico Paese al mondo, dove una media company, Mediaset, ha chiesto 500 milioni di risarcimento a YouTube. Vi rendete conto? Quindi il Governo interviene per l'ennesima volta, in una materia che vede un'impresa del presidente del Consiglio in conflitto giudiziario e d'interessi. Dopo la proposta di legge Cassinelli e l'istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al "pacchetto sicurezza" di fatto rende esplicito il progetto del Governo di "normalizzare" il fenomeno che intorno ad internet sta facendo crescere un sistema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare. Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet? Chi non può farlo pensa bene di censurarlo e di far diventare l'Italia come la Cina e la Birmania.
Oggi gli unici media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati Beppe Grillo dalle colonne del suo blog e la rivista specializzata Punto Informatico. Fate girare questa notizia il più possibile. E' ora di svegliare le coscienze addormentate degli italiani. E' in gioco davvero la democrazia!!!
martedì, 12 maggio 2009
Il racconto. Tra le reduci del Pinar: meglio morire che tornare lì
"Voi italiani siete buoni, come potete fare una cosa del genere?"
"Li avete mandati al massacro
in quei lager stupri e torture"
Le lacrime di Hope e Florence per i disperati riportati in Libia: i nostri mesi all'inferno
LAMPEDUSA - "Li hanno mandati al massacro. Li uccideranno, uccideranno anche i loro bambini. Gli italiani non devono permettere tutto questo. In Libia ci hanno torturate, picchiate, stuprate, trattate come schiave per mesi. Meglio finire in fondo al mare. Morire nel deserto. Ma in Libia no". Hanno le lacrime agli occhi le donne nigeriane, etiopi, somale, le "fortunate" che sono arrivate a Lampedusa nelle settimane scorse e quelle reduci dal mercantile turco Pinar. Hanno saputo che oltre 200 disgraziati come loro sono stati raccolti in mare dalle motovedette italiane e rispediti "nell'inferno libico", dove sono sbarcati ieri mattina. Tra di loro anche 41 donne. Alcuni hanno gravi ustioni, altri sintomi di disidratazione. Ma la malattia più grave, è quella di essere stati riportati in Libia. Da dove "erano fuggite dopo essere state violentati e torturati. Non solo le donne, ma anche gli uomini".
I visi di chi invece si è salvato, ed è a Lampedusa raccontano una tragedia universale. La raccontano le ferite che hanno sul corpo, le tracce sigarette spente sulle braccia o sulla faccia dai trafficanti di essere umani. Storie terribili che non dimenticheranno mai. Come quella che racconta Florence, nigeriana, arrivata a Lampedusa qualche mese fa con una bambina di pochissimi giorni. L'ha battezzata nella chiesa di Lampedusa e l'ha chiamata "Sharon", ma quel giorno i suoi occhi, nerissimi, e splendenti come due cocci di ossidiana, erano tristi. Quella bambina non aveva un padre e non l'avrà mai.
"Mi hanno violentata ripetutamente in tre o quattro, anche se ero sfinita e gridavo pietà loro continuavano e sono rimasta incinta. Non so chi sia il padre di Sharon, voglio soltanto dimenticare e chiedo a Dio di farla vivere in pace". Accanto a Florence, c'è una ragazza somala. Anche lei ha subito le pene dell'inferno. "Quando ho lasciato il mio villaggio ho impiegato quattro mesi per arrivare al confine libico, e lì ci hanno vendute ai trafficanti e ai poliziotti libici. Ci hanno messo dentro dei container, la sera venivano a prenderci, una ad una e ci violentavano. Non potevamo fare nulla, soltanto pregare perché quell'incubo finisse". Raccontano il loro peregrinare nel deserto in balia di poliziotti e trafficanti. "Ci chiedevano sempre denaro, ma non avevamo più nulla. Ma loro continuavano, ci tenevano legate per giorni e giorni, sperando di ottenere altro denaro". Il racconto s'interrompe spesso, le donne piangono ricordando quei giorni, quei mesi, dentro i capannoni nel deserto. Vicino alle spiagge nella speranza che un giorno o l'altro potessero partire. E ricordano un loro cugino, un ragazzo di 17 anni, che è diventato matto per le sevizie che ha subito e per i colpi di bastone che i poliziotti libici gli avevano sferrato sulla testa. "È ancora lì, in Libia, è diventato pazzo. Lo trattano come uno schiavo, gli fanno fare i lavori più umilianti. Gira per le strade come un fantasma. La sua colpa era quella di essere nero, di chiamarsi Abramo e di essere "israelita". Lo hanno picchiato a sangue sulla testa, lo hanno anche stuprato. Quel ragazzo non ha più vita, gli hanno tolto anche l'anima. Preghiamo per lui. Non perché viva, ma perché muoia presto, perché, finalmente, possa trovare la pace".
Le settimane, i mesi, trascorsi nelle "prigioni" libiche allestite vicino alla costa di Zuwara, non le dimenticheranno mai. "Molte di noi rimanevano incinte, ma anche in quelle condizioni ci violentavamo, non ci davano pace. Molti hanno tentato di suicidarsi, aspettavano la notte per non farsi vedere, poi prendevano una corda, un lenzuolo, qualunque cosa per potersi impiccare. Non so se era meglio essere vivi o morti. Adesso che siamo in Italia siamo più tranquille, ma non posso non stare male pensando che molte altre donne e uomini nelle nostre stesse condizioni siano state salvate in mare e poi rispedite in quell'inferno, non è giusto, non è umano, non si può dormire pensando ad una cosa del genere. Perché lo avete fatto?".
"Noi eravamo sole, ma c'erano anche coppie. Spesso gli uomini morivano per le sevizie e le torture che subivano. Le loro mogli imploravano di essere uccise con loro. La rabbia, il dolore, l'impotenza, cambiavano i loro volti, i loro occhi, diventavano esseri senza anima e senza corpo. Aiutateci, aiutateli. Voi italiani non siete cattivi. Non possiamo rischiare di morire nel deserto, in mare, per poi essere rispediti come carne da macello a subire quello che cerchiamo inutilmente di dimenticare". Hope, 22 anni, nigeriana è una delle sopravvissute ad una terribile traversata. Con lei in barca c'era anche un'amica con il compagno. Viaggiavano insieme ai loro due figlioletti. Morirono per gli stenti delle fame e della sete, i corpi buttati in mare. "Come possiamo dimenticare queste cose?". Anche loro erano in Libia, anche loro avevano subito torture e sevizie, non ci davano acqua, non ci davano da mangiare, ci trattavano come animali. Ci avevano rubati tutti i soldi. Per mesi e mesi ci hanno fatto lavorare nelle loro case, nelle loro aziende, come schiavi, per dieci, venti dollari al mese. Ma non dovevamo camminare per strada perché ci trattavano come degli appestati. Schiavi, prigionieri in quei terribili capannoni dove finiranno quelli che l'Italia ha rispedito indietro. Nessuno saprà mai che fine faranno, se riusciranno a sopravvivere oppure no e quelli che sopravviveranno saranno rispediti indietro, in Somalia, in Nigeria, in Sudan, in Etiopia. Se dovesse accadere questo prego Dio che li faccia morire subito".
lunedì, 04 maggio 2009
AL SAN PAOLO COME ALLA DIAZ LO STATO SI ASSOLVE
AL SAN PAOLO COME ALLA DIAZ: LO STATO SI ASSOLVE 7 maggio 2009 Roma: Cassazione del processo “San Paolo”.Si chiude così il capitolo giudiziario relativo alla notte del 16 marzo2003, la notte in cui morì Dax, assassinato dalle lame fasciste, mentre ai suoi compagni ed amici accorsi al pronto soccorso del San Paolo toccarono le cariche di polizia e carabinieri.
Già in via Brioschi la presenza massiccia dei mezzi delle forze dell’ordine aveva di fatto rallentato l’arrivo dei soccorsi. Dopo che le ambulanze avevano portato via Davide e un altro compagno gravemente feriti, un plotone di poliziotti si presentò in tenuta anti-sommossa per “contenere la disperazione” dei presenti, provocazione culminata poi con cariche e manganellate all’interno dell’ospedale. Prima le risate sprezzanti di fronte al dolore di chi aveva appena appreso la notizia della morte di Dax, poi un’aggressione, premeditata e finalizzata a renderci inermi per impedire qualsiasi tipo di reazione. Hanno approfittato della situazione per compiere una mattanza contro quei “rossi di merda” da sempre detestati, “uno di meno”, “vi ammazziamo tutti”, spingendosi fin dentro i reparti dell’ospedale per rincorrere chi tentava di sottrarsi alla loro furia. Il “caso” ha poi voluto che le telecamere del pronto soccorso in quelle ore non funzionassero e non abbiano così potuto documentare in diretta i pestaggi selvaggi e le urla delle persone arrestate, dopo essere state picchiate a sangue. Un bilancio fatto di volti tumefatti, teste aperte, braccia e denti rotti,sommati alla tragica morte di Davide. Già all’indomani della mattanza era pronta la versione del questore Boncoraglio per giustificare i proprio uomini: “Stavamo solo impedendo che i ragazzi portassero via la salma”. Un grottesco tentativo di legittimare la brutalità, dipingendoci come selvaggi o barbari (cosa avremmo dovuto fare con la salma?!?) che meritavano di essere picchiatii n quel modo.
Contemporaneamente la stampa da un lato ha cercato di spoliticizzare l’agguato fascista parlando di “rissa tra balordi” in cui “la politica non c’entra”, dall’altro ha avvallato la delirante versione della Questura sugli scontri del S. Paolo. Fin da subito è stato, ed è ancora oggi, necessario riaffermare la verità sui fatti del 16 marzo 2003.Il capitolo giudiziario rappresenta un'altra ferita aperta.Le indagini, infatti, portarono alla sbarra quattro compagni e tre esponenti delle forze dell’ordine.La sentenza d'appello, emessa nel febbraio 2008, ha confermato la condanna di un anno e otto mesi per due compagni e il risarcimento complessivo di oltre 100.000 euro. Ha inoltre portato alla piena assoluzione dei membri delle forze dell'ordine, che in primo grado avevano visto la condanna di un poliziotto a quattro mesi per abuso di ufficio (ripreso da un video amatoriale mentre manganellava una personaa terra) e di un carabiniere a sette mesi per possesso di una mazza da baseball (reato caduto in prescrizione). Nulla hanno contato le testimonianze del personale medico-sanitario che ha assistito alle cariche indiscriminate dentro e fuori il Pronto Soccorso, intervenendo tempestivamente per curare i feriti. Ancora meno hanno pesato le evidenti lesioni riportate dagli amici e dai compagni di Davide, gli unici, invece, ad essere stati condannati.
Lo Stato, ancora una volta, si è assolto, tentando di stravolgere la verità nelle aule dei tribunali, aggiungendo alle violenze di quella notte le menzogne della sentenza.La Magistratura si è resa così complice del comportamento, in stile scuola Diaz, delle forze dell'ordine, che ha legittimato a sua volta l’aggressione fascista. Con l’avvicinarsi della chiusura del processo sui fatti del S. Paolo,ribadiamo con ancor più forza la verità su quella notte nera. Sotto processo non ci sono solo i quattro compagni – che in caso di conferma vedrebbero le condanne diventare definitive - ma la memoria e il ricordo di ciò che è accaduto.
Stringendoci intorno a tutti coloro che sono colpiti dalla repressione e dalla brutalità poliziesca. Nessuna giustizia nessuna pace. Con Dax nel cuore
mercoledì, 29 aprile 2009
Anche ad Avezzano il terremoto ha fatto i suoi danni e portato terrore. «Molta gente dorme ancora nelle macchine. Siamo sempre in stato d'allarme. Soprattutto perché ognuno di noi ha parenti, amici, colleghi che vivono a L'Aquila», racconta Ornella Gemini. Il suo pensiero, come quello di tutti, è per chi è vivo: «il dramma vero è vissuto da coloro che hanno perso tutte quelle cose a cui non si pensa mai, perché le diamo per scontate».La mente di Ornella, però, corre ogni notte a casa di quelle madri che hanno perso un figlio nella Casa dello Studente. Perché sa cosa vi troverebbe: «una mamma seduta in un angolo di divano che non riesce a dormire anche se imbottita di psicofarmaci. Sta lì, raggomitolata su se stessa, piange disperatamente il mondo che aveva tra le mani e il vuoto attuale».Ornella suo figlio lo ha perso il 24 giugno scorso, «"suicidato" nel carcere di Sollicciano, impiccato nel bagno». Niki Aprile Gatti aveva solo ventisei anni. Da un anno e mezzo viveva a San Marino dove lavorava come informatico per un gruppo di aziende oggetto di un'inchiesta per truffa telefonica e frode informatica del magistrato fiorentino Paolo Canessa. Le società incriminate sono la Oscorp Spa, Orange, Ot&T e Tms, tutte residenti a San Marino, la Fly Net di Piero Mancini, presidente dell'Arezzo Calcio, più altre società con sede a Londra. «Niki era un genio del computer purtroppo capitato nelle mani di una serie di criminali» spiega Ornella. «Alle 13,25 di quel 24 giugno mi arriva una telefonata sul cellulare - racconta - qualcuno, con tono freddo, mi chiede di parlare con la mamma di Aprile Gatti Niki. Sono io, rispondo». Dal telefono, senza il minimo tatto, le viene allora riferito che dall'altra parte «è in linea il carcere di Sollicciano, una brutta notizia: suo figlio si è suicidato».Il giorno prima del sisma che ha distrutto l'Aquila, Ornella aveva scritto una lettera al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano chiedendo giustizia. Perché «mio figlio non si è suicidato. E questo non è l'ultimo appello di una madre disperata ma la realtà, e i fatti lo dimostrano. Per questo motivo qualcuno si sta affrettando perché il caso venga archiviato. Ma io non lo permetterò».La mattina del 19 giugno Niki viene chiamato dalla madre del suo socio che lo avvisa dell'arresto del figlio la sera precedente e lo prega di recarsi a Cattolica presso lo studio dell'avvocato Marcolini, il legale della Oscorp, la ditta per cui entrambi lavorano, per avere notizie.Ma quando esce dal portone dello studio anche Niki viene arrestato. Prima domanda: «Vi sembra il comportamento di una persona che temeva di finire in prigione?».Seconda domanda: «Se davvero avesse fatto qualcosa, perché non è scappato invece di recarsi nella "tana del lupo"?».Ornella viene a sapere dell'arresto del figlio alle 14.30. Cerca di contattare qualcuno a San Marino ma non riceve risposta. «Chiamo anche il miglior amico di Niki per avere i riferimenti dell'avvocato aziendale e raggiungo al telefono l'avvocato Marcolini, il quale mi sconsiglia di recarmi a Rimini, dove era stato portato mio figlio insieme al titolare della Oscopr e ad altre 17 persone, anche loro arrestate lo stesso giorno». «E' inutile che si rechi lì - mi dice - perché si trova in isolamento, e lo sarà per tre giorni, quindi non avrei potuto vederlo». Niki però nel carcere di Rimini non ci ha mai messo piede: «ma di questo vengo a conoscenza solo quando mi hanno riconsegnato, a settembre, la documentazione del carcere».Niki, quindi, è stato l'unico degli arrestati ad essere portato direttamente nel penitenziario di Sollicciano, carcere "duro" di Firenze, e sarà l'unico degli incriminati a non avvalersi della facoltà di non rispondere davanti ai pm. Intanto iniziano strani movimenti. «Gente che da Avezzano inizia a partire per San Marino, continue telefonate che mi "consigliano" di cambiare avvocato. Ma io decido di tenere quello aziendale, convinta che ne sapesse di più di qualunque altro legale sulle attività che mio figlio svolgeva per conto della Oscorp». Alle 20.58 del 20 giugno, però, qualcuno invia un telegramma non firmato a Niki dalla sua stessa abitazione a San Marino: «Devi nominare l'avvocato Umberto Guerini» del foro di Bologna. Niki riceve il telegramma solo il 21 giugno, dopo tre giorni di isolamento, e ovviamente si fida del consiglio. Terza domanda: «chi ha inviato quel telegramma?». Lunedì 23 giugno Ornella e suo marito partono alla volta del tribunale di Firenze, dove hanno appuntamento con l'avvocato Marcolini, ancora inconsapevole di essere stato destituito.«Arriviamo proprio mentre giunge il blindato della polizia penitenziaria - racconta Ornella - e tra le sbarre riesco a intravedere Niki». Intanto arriva l'avvocato Marcolini, in leggero ritardo, e sale verso l'aula. Pochi minuti «ed eccolo tornare indietro. Mi chiama da parte e mi riferisce che Niki stava già parlando con i Pm dell'indagine, ma con un altro legale». Solo in quel momento, direttamente al tribunale di Firenze, Marcolini viene a sapere di essere stato ricusato. Domanda quattro, cinque e sei: «E ora? Chi è questo nuovo avvocato? Che faccio adesso»?Dopo quattro ore di interrogatorio Niki esce: «vedo il blindato che fa manovra per riprenderlo. Gli corro dietro. Voglio, devo vederlo. Voglio solo dirgli che insieme saremo usciti da questo incubo, che ce l'avremo fatta». Gli agenti, però, la allontanano. «Deve stare ad almeno 20 metri di distanza o arrestiamo anche lei», le urlano.Ornella vede uscire il nuovo avvocato, una donna che lavora per lo studio Guerini, «le corro incontro e le chiedo aiuto. Devo vedere Niki, anche in sua presenza, ma lei mi risponde che avrei dovuto attendere le 48 ore successive all'interrogatorio». Ornella torna ad Avezzano. Ma dopo solo 20 ore la telefonata. «E finisce tutto».Suicidio. Dicono. Durante l'ora d'aria, in bagno. E' strano, però, che un ragazzo di 26 anni, incriminato "solo" per truffa informatica, che decide di collaborare con la giustizia, decida di darsi la morte. Certo, per il garante dei detenuti della Regione Toscana, Franco Corleone, Niki «forse si era scoraggiato pensando a una lunga detenzione e poi…aveva cambiato avvocato, altro segnale di inquietudine» dichiarò a La Repubblica il 25 giugno. «Hanno anche usato il fatto che Niki è stato costretto a cambiare legale per dimostrare la sua debolezza», denuncia Ornella.Intanto suo marito e il cognato partono alla volta di San Marino per chiedere al padrone di casa di Niki un paio di mesi di tempo per svuotare l'appartamento. Ma appena il proprietario di casa apre la porta, regolarmente chiusa, i tre vedono che all'interno non c'è più nulla: nessun vestito, nessun effetto personale e, soprattutto, niente pc. «Neanche una maglietta da abbracciare la notte per sentire l'odore di mio figlio».Domanda sette: «a chi interessava ripulire l'appartamento»? Intanto trascorrono 90 giorni e il Pm che si occupa dell'ipotesi di suicidio di Niki archivia il caso. Allora Ornella parte alla volta di Firenze per ritirare la documentazione del carcere.Nel verbale si legge la testimonianza di un agente secondo cui, lui e Niki alle 10 del 24 giugno stavano parlando del processo. Ma l'autopsia riporta proprio alle 10 del 24 giugno il momento del decesso. Solo questo, di per sé, dovrebbe vietare l'archiviazione del caso. Domanda otto: «dove hanno parlato Niki e l'agente visto che nel verbale non è riportato?».Domanda nove: «a che ora si sarebbe suicidato Niki?».Come non bastasse, nell'autopsia si legge che l'impiccagione è avvenuta con dei lacci e dei jeans tagliati, «evidentemente inidonei a sostenere un corpo del peso di 92 chili». Nel bagno inoltre «non c'è altezza sufficiente tra i jeans appesi e il pavimento».Domanda dieci: «com'è possibile per un detenuto avere con sé in carcere dei lacci?»Ornella ha però trovato il coraggio di guardare anche le foto di suo figlio senza vita e immediatamente ha constatato come Niki fosse «in pigiama, pur avendo con sé due paia di jeans e non solo quelli con cui ha commesso il gesto». Ma la cosa che fa aumentare i dubbi è il fatto che Niki si sia suicidato durante l'ora d'aria «e nessuno esce mai in pigiama all'ora d'aria».Non solo: al momento dell'autopsia il dottor Giuseppe Fortuni, perito di parte degli agenti incriminati nel caso Aldovrandi e in quello Bianzino, nella rappresentazione suicidaria, ha parlato di un segno di circa 6-7 centimetri lasciato dal cavallo dei jeans sul collo ma «il 24 settembre, dalle foto inserite nella documentazione, vedo che non c'è nessuna striscia di quelle dimensioni ma solo il segno di un laccio». Il 17 ottobre arriverà anche la consulenza tecnica medico-legale di questo dottore e… della striscia di 6-7 centimetri, nessuna traccia. «E sì…il dottore si è confuso» mi risponderanno dallo studio dell'avvocato Guerini, «oggi amministratore della SofiSa», società finanziaria sammarinese dove Niki faceva il consulente.
lunedì, 27 aprile 2009
25 APRILE: ONORINA BRAMBILLA PESCE
Davanti a certe persone e sentendo certi racconti non si può far altro che stare in silenzio e ascoltare. Massimo rispetto per lei e per chi ha combattuto per noi in quegli anni. Non ci scorderemo mai di quello che avete fatto.
SimoAcab
venerdì, 24 aprile 2009

martedì, 21 aprile 2009
Volevo esprimere piena solidarietà agli immigrati che da questa mattina a Bruzzano stanno subendo violenze assurde da parte delle forze dell' ordine. Persone che ora stanno marciando verso Milano chiedendo solo pace e un posto dove dormire. Immigrati scappati da un paese devastato dalle bombe che la nostra buona Italia ha deciso di lanciargli addosso in nome della democrazia.
Il nostro bel comune troppo impegnato a preparare eventi per l'Expo e il salone del mobile ha deciso di risolvere la situazione al solito modo : manganelli e sgomberi.
Bisogna stare vicino a questa gente , Milano non è solo quella che gli rompe i manganelli in testa
Rispetto
SimoAcab
Questo l'articolo del Corriere a riguardo (che evito di commentare per decenza ....)
MILANO - Binari occupati, tafferugli con la polizia, poi la marcia sulla Milano-Meda in direzione della Svizzera. Martedì è stata una giornata di tensione a Bruzzano, dove è esplosa la situazione precaria dei circa 350 rifugiati politici provenienti da vari Paesi africani - 210 eritrei, il resto sudanesi, etiopi e somali, tra cui 28 donne e due bambini - che venerdì scorso avevano occupato il residence abbandonato «Leonardo da Vinci» di via Senigallia. Fin dalla notte di lunedì il residence era presidiato da agenti di polizia in tenuta antisommossa. A quanto riferito dalla polizia doveva essere un semplice controllo con i tecnici del Comune, per dare il via a una trattativa condivisa. Ma non è andata così. Una cinquantina di rifugiati, intorno alle 6 del mattino, sono usciti dal residence per mangiare qualcosa alla mensa della Caritas, almeno così raccontano. «Le forze dell'ordine erano già qui a quell'ora e ci hanno visti uscire - riferiscono - poi quando siamo ritornati ci hanno impedito di rientrare». Secondo le forze dell'ordine, invece, nessuno è uscito dal residence di prima mattina, e quindi quei 50 non fanno parte del gruppo che ha occupato venerdì scorso lo stabile. Il gruppo era accompagnato da una decina di giovani appartenenti a centri sociali della città e ha chiesto di entrare nello stabile, ma la polizia glielo ha impedito. Alcuni delegati del Comune hanno tentato di portare avanti una trattativa, che è fallita perché i rifugiati non avrebbero individuato fra loro un interlocutore.
IL SIT-IN - Gli immigrati si sono allora spostati alla vicina ferrovia e e si sono seduti sui binari, bloccando la circolazione dei treni. Durante il sit-in sui binari i manifestanti hanno sventolato permessi di soggiorno e carte d'identità per dimostrare la loro regolarità, ed esposto lenzuola su cui avevano scritto «We need peace», abbiamo bisogno di pace. L'azione di protesta è stata interrotta dalla polizia che ha portato via di peso gli immigrati. Alcuni, trascinati a terra dagli agenti, hanno avuto bisogno di cure mediche. La protesta degli immigrati ha provocato ritardi di circa mezz'ora ad alcuni treni sulla linea Milano-Asso, secondo quanto reso noto da un portavoce delle Ferrovie Le Nord. Sui binari c'è stata anche un'accesa discussione tra un capotreno e i manifestanti.
GLI SCONTRI - Nel primo pomeriggio gli agenti di polizia hanno compiuto un'azione di contenimento per impedire che i rifugiati rioccupassero i binari delle Ferrovie Nord. Nel tafferuglio sono rimasti feriti due immigrati di origine cingalese, trasportati dal 118 al Multimedica di Sesto San Giovanni, e un poliziotto, portato all’ospedale Niguarda. C'è poi stata un'altra carica: sette i feriti, di cui cinque trasportati in ospedale. Una decina di contusi, per paura, ha rifiutato di farsi portare via in ambulanza. Un immigrato, colpito al sopracciglio da una manganellata, è stato medicato sul posto dai sanitari del 118 perché perdeva molto sangue
LA TRATTATIVA - Una delegazione degli immigrati ha nel frattempo incontrato l'assessore alle Politiche Sociali Mariolina Moioli, che ha offerto una sistemazione provvisoria per le donne e i bambini (una ventina) e per quelli che non sono ancora inseriti nel programma di protezione per i richiedenti aiuto umanitario. «Per gli altri ho proposto l'inserimento nel programma che prevede sei mesi a carico delle istituzioni durante i quali si impara l'italiano e si apprende un mestiere, ma hanno rifiutato l'offerta», ha riferito la Moioli. «Tra loro non ci sono solo richiedenti asilo o aiuto umanitario da poco in Italia, ma anche gente che è qui da cinque anni», ha aggiunto.
LA MARCIA - Saputo degli incidenti e delle intenzioni dell’Amministrazione e sorpresi per il comportamento della polizia, a questo punto tutti gli immigrati rimasti nel residence, circa 200, si sono messi in marcia sulla Milano-Meda verso il centro di Milano, al grido di «Yes, we can», scortati da un crescente numero di blindati di polizia e carabinieri. Gli immigrati si trovano ora su un ponte che sovrasta la statale, circondati e «contenuti» dalle forze dell’ordine in assetto antisommossa. Sul posto c’è anche il consigliere regionale del Prc Luciano Muhlbauer che parla di un «comportamento irresponsabile e inaccettabile» da parte delle Istituzioni milanesi e sottolinea che «gli immigrati stanno vagando bloccati di tanto in tanto a colpi di manganello dalle forze dell’ordine che non sanno che cosa fare, se non che non devono più rientrare nel residence». Gli immigrati dicevano di voler andare in Svizzera: «L’Italia non riconosce i nostri diritti di rifugiati politici e richiedenti asilo e dunque preferiamo andarcene per spostarci in un Paese civile».
ALL'EX PAOLO PINI - Dopo alcune ore di tensione, la marcia dei rifugiati si è conclusa all'ex Ospdale Psichiatrico Paolo Pini, in via Ippocrate: una delle associazioni presenti nell'area ha aperto loro i cancelli, consentendo al gruppo di stazionare all'interno del cortile. All'interno ci sono i locali gestiti dall'associazione Olinda e una chiesa ortodossa che risulta chiusa. All'esterno stazionano gli agenti della Digos.
DE CORATO: REGIA OCCULTA - Il vicesindaco Riccardo De Corato esprime «piena solidarietà alle forze dell'ordine che in un contesto difficile hanno operato con la consueta professionalità. Una situazione resa ancora più tesa per la presenza dei centri sociali, registi occulti dell'occupazione abusiva, che si sono ritrovati sul posto per seminare zizzania, scatenando incidenti». De Corato ha aggiunto che il Comune ha offerto ospitalità ai presunti rifugiati, ma da loro è arrivato un rifiuto. «Milano di certo non può essere il ricettacolo per tutti coloro che sbarcano in Italia. Né può correre dietro a comitive di manifestanti che girovagano per la città pronti a provocare nuove tensioni. Se qualcuno pensa che qui, dove già si spendono 8 milioni all'anno per dare ospitalità a 300 asilanti, sia il Paese di Bengodi, stiamo freschi», conclude il vicesindaco.

lunedì, 20 aprile 2009
DA GRANDE VOGLIO FARE IL PASTORE
Droga: Pastore può fare scorta fumo per mesi transumanza
Non va condannato il pastore sorpreso con decine di dosi di hashish e marijuana, se queste costituiscono una ‘scorta’ da utilizzare nel corso dei mesi durante i quali deve curare la transumanza di greggi di pecore.
Lo si evince da una sentenza con cui la Cassazione ha confermato il non luogo a procedere pronunciato dal gup di Trento nei confronti di un pastore, nella cui macchina, nel corso di un normale controllo, erano stati ritrovati oltre 38 grammi di sostanza stupefacente (hashish e marijuana) da cui potevano essere ricavate 53 dosi medie giornaliere. Il giudice aveva ritenuto che le circostanze in cui la droga fu trovata e le modalità della sua conservazione (in un solo grande involucro, nonché in vasetti con alcuni frammenti, mescolati a tabacco) rendevano credibile l’imputato, che si era giustificato dicendo che si trattava di una scorta per esclusivo uso personale in vista dei mesi da passare in montagna con il gregge.
Contro tale pronuncia si era rivolto alla Suprema Corte il procuratore capo di Trento, ma la sesta sezione penale di ‘Palazzaccio’ ha rigettato il suo ricorso: il gup di Trento ha preso la sua decisione, si legge nella sentenza n.12146, con “motivazione fondata e attenendosi ai principi di diritto” secondo cui “non è sufficiente la sussistenza di un solo parametro”, quale “il superamento quantitativo dei limiti tabellarmente previsti”, affinché la “condotta di detenzione sia penalmente rilevante”. Alla luce di ciò, è stata ritenuta “plausibile la tesi difensiva di precostituzione di scorta per uso personale da parte dell’imputato, abituale assuntore di droghe ‘leggere’ — conclude la Cassazione — al fine di consumo personale nel lungo periodo di permanenza solitaria in campagna e in montagna , ove doveva recarsi per le attività connesse alla transumanza di greggi di pecore”.
ringrazio Zacca per la notizia e l'articolo







